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orge

CRONACA DI TENEBRA E LUSSURIA IN TRANSILVANIA


di La-mandria
20.08.2026    |    277    |    6 8.7
"Nel contorcersi sul leggio, la mano di Ilaria fece cadere a terra un pesante tomo rilegato in pelle umana essiccata..."
N.D.A: gli autori hanno scelto di classificare i loro racconti in due categorie:
• “SOFT” per tutti
• “STRONG” per intenditori
Questo appartiene alla categoria SOFT


CRONACHE DI TENEBRA E LUSSURIA IN TRANSILVANIA

PREFAZIONE
La Transilvania non è semplicemente una coordinata geografica incastonata nell'arco dei Carpazi; è un santuario sotterraneo dove il velo tra il mondo dei vivi e l'abisso immortale si assottiglia fino a diventare trasparente. È un regno sospeso, scolpito nella pietra millenaria, impregnato del fumo secolare dei roghi e del sangue rappreso di guerre dimenticate.
In questa terra, la notte non giunge per dare riposo, ma per risvegliare una sete antica che non appartiene alla ragione, bensì alle viscere.
Esiste un legame indissolubile e profano tra la tenebra e la lussuria: quando l'uomo si trova di fronte al terrore dell'ignoto, le sovrastrutture morali crollano e la carne reclama il proprio dominio con una violenza inaudita. Il pericolo mortale e l'estasi erotica nascono dalla medesima sorgente sanguigna. La paura non spegne il desiderio; al contrario, lo purifica da ogni inibizione, trasformando la percezione dei sensi in un'esperienza ipersensibile e devastante, dove ogni contatto cutaneo diviene una scossa e ogni penetrazione un atto di totale resa o dominazione.
Gabi, Roxana, Dario ed Ilaria non varcano il portone di questa fortezza maledetta come semplici turisti in cerca di brividi preconfezionati.
Vi giungono spinti da un richiamo oscuro, una spinta subliminale che li attrae verso l'altare del Conte Vlad Tepes.
Credono di essere loro a guidare la propria esplorazione, ma scopriranno che la loro presenza era già scolpita nelle profezie del castello secoli prima che venissero al mondo.
Nel buio delle navate, la paura diventerà il loro afrodisiaco più potente e la profanazione dei loro corpi il prezzo per accedere a un'immortalità sfrontata e senza legge.
Preparatevi dunque a varcare una soglia dalla quale non si torna indietro: sotto le volte della Transilvania, la lussuria non è una carezza, ma un incendio che divora la pietra e fonde la carne nell'ombra eterna.

*******
La notte sul valico di Tihuta non cadeva gradualmente: si rovesciava sui crinali dirupati dei Carpazi come una marea d'inchiostro denso, viscoso e soffocante, sgranando i contorni taglienti dei pini secolari fino a ridurli a scheletri neri protesi verso un cielo privo di stelle.
L'aria, gelida e penetrante come la punta di uno stiletto, portava con sé l'odore acre e atavico di terra bagnata dal ghiaccio, resina selvatica, muschio marcito e un'impalpabile, quasi metallica traccia di fumo lontano e ferro arrugginito.

A bordo della vecchia fuoristrada militarizzata, il silenzio pesante era interrotto soltanto dal rombo sordo e monocorde delle marce basse e dal crepitio secco dei sassolini scagliati con violenza contro il sottoscocca di metallo.
Dentro l'abitacolo, il calore soffocante del riscaldamento a pieno regime creava un contrasto violento con l'inverno siberiano esterno, saturando l'atmosfera di un profumo denso: cuoio caldo, essenze speziate al patchouli, cuoio capelluto, fiato condiviso e un sottile sudore di tensione incontenibile.

Alla guida, Gabi manteneva una presa ferrea e inflessibile sul volante.
Le nocche delle sue mani grandi ed esposte erano candide per la pressione; i muscoli della mascella squadrata si contraevano ad ogni scossa della strada sconnessa.
Ogni volta che il veicolo affrontava un tornante a gomito a sbalzo sul vuoto della gola, il suo sguardo penetrante saettava sullo specchietto retrovisore, incrociando per una frazione di secondo caldissima gli occhi scuri e magnetici di Ilaria.

Ilaria era affondata nel sedile posteriore, avvolta in un pesante cappotto di lana cotta nera che profumava di lavanda e pioggia.
Sotto quella stoffa ruvida e rigida, tuttavia, il suo corpo asciutto era pervaso da una vibrazione ininterrotta e sotterranea.
Non era il freddo di fuori: era una scossa elettrica ad alta frequenza, un'ondata di anticipazione sensoriale che le risaliva ricciolo dopo ricciolo lungo la colonna vertebrale, facendole addensare il respiro affannoso sul vetro opacizzato del finestrino.
A fianco a lei, Dario manteneva un atteggiamento apparentemente distaccato, ma le sue dita lunghe, nervose ed affusolate non smettevano di tamburellare con un ritmo possessivo e quasi ipnotico sulla coscia svelta di Roxana, seduta sul lato passeggero anteriore.

Roxana si voltò lentamente verso il retro dell'auto, ruotando il collo slanciato con la grazia sinuosa di un felino affamato.
Un sorriso ambiguo, calcolato e sottilmente depravato le curvava le labbra carnose, dipinte di un rosso scuro, vinoso e brillante come sangue fresco appena sgorgato.
"Siamo entrati nella sua ombra, vero? Sento l'aria cambiare... diventa più spessa, quasi grassa" la sua voce era una carezza bassa, vischiosa, capace di far vibrare le membrane dell'abitacolo come una nota grave di violoncello.

"Mancano poche centinaia di metri" rispose Gabi con la voce ruvida e graffiante per la concentrazione e la gola secca.
"Oltre questa spaccatura di roccia c'è lo sperone di basalto nero. Se le vecchie mappe topografiche recuperate negli archivi di Cluj e i racconti dei contadini terrorizzati di Piatra Fântânele non mentono, la via d'accesso secondaria attraverso la sagrestia sotterranea in rovina è ancora praticabile. Il tempo ha sgretolato la pietra, ma le catene resistono."

Non si trattava di una banale escursione per turisti superficiali in cerca di brividi preconfezionati.
La figura storicamente devastante di Vlad Tepes, sfumata nel mito immortale ed erotico di Dracula, rappresentava per tutti e quattro una vertigine concettuale e carnevalesca.
L'idea di spingersi laddove la storiografia cedeva il passo al terrore atavico e al culto della sopraffazione li aveva attratti in quella morsa di pietra e oblio. Ma a spingerli fin lì, soprattutto, era stato un bisogno ben più viscerale: la brama sfacciata, incontrollabile e condivisa di sfidare l'oscurità assoluta insieme, usando la minaccia di un pericolo ignoto come potente detonatore per abbattere ogni residuo confine morale e sociale tra i loro corpi.

Il fuoristrada si arrestò con un ultimo sussulto a motore spento all'interno di una rientranza naturale della roccia, mascherata da un groviglio fitto di rovi e rami d'abete instabili.
Quando il rombo metallico del motore morì, il silenzio ancestrale della Transilvania calò sul gruppo: un silenzio solido, quasi tattile, greve e minaccioso come una lastra di tomba appena sigillata.

Uscirono una portiera alla volta.
Il vento della notte impattò sulle loro pelli bagnate di sudore con la violenza di una lama di ghiaccio. Ilaria lasciò sfuggire un piccolo sospiro involontario; il suo fiato denso e caldo si trasformò subito in una nuvola bianca che fluttuò nell'oscurità prima di dissolversi.

Dario le fu subito dietro.
Senza dire una parola, le fece scivolare le braccia potenti attorno alla vita da sotto il cappotto, tirandola con forza contro la solidità spigolosa del proprio torace.
"Tremi già, Ilaria?" le mormorò contro la nuca bagnata, affondando il naso tra i suoi capelli e lasciando che la bocca sfiorasse la pelle delicata e ipersensibile dietro l'orecchio.

Ilaria reclinò d'istinto la testa sul suo petto, chiudendo gli occhi mentre la mano calda di Dario risaliva con pressione decisa verso il suo fianco.
"Non è freddo, Dario... sai benissimo cosa mi fa questo posto. Mi fa sentire spogliata, violata nella mente prima ancora di essere toccata nella carne."

Gabi e Roxana assistettero alla scena rimanendo a pochi passi di distanza, immersi nella penombra della foresta.
Tra i quattro scorreva un'intesa chimica affinata in mesi di sguardi obliqui, sfide verbali, tocchi sotterranei e giochi progressivi: una trama complessa di desideri incrociati che aveva sgretolato ogni forma di gelosia convenzionale.
La fortezza del Conte era l'arena finale: il luogo in cui il pericolo di morte e l'ebbrezza della sopraffazione si sarebbero fusi nell'afrodisiaco definitivo.

L'accesso alla fortezza si rivelò una spaccatura stretta nella roccia, serrata da un pesante portone in legno di quercia plurisecolare, rinforzato da massicce spranghe di ferro battuto mangiate dalla ruggine e incrostate di lichene rosso.
Gabi e Dario vi applicarono il peso unito delle loro spalle e delle loro gambe: con un lungo, stridente lamento di metallo e legno ritorto che sembrò svegliare le viscere profonde della montagna, il portone cedette di poche decine di centimetri.
Uno alla volta, facendosi strada a fatica tra le fenditure taglienti, scivolarono all'interno, lasciandosi alle spalle il vento dei Carpazi e sigillando d'istinto l'accesso.

L'interno del castello li accolse con un'oscurità assoluta, quasi fisica, e un'aria satura di un'immobilità secolare che sapeva di pietra calcarea, polvere di secoli e sangue rappreso.
I fasci di luce bianca e fredda delle loro torce ad alta potenza fendevano il pulviscolo sospeso, illuminando enormi campate a sesto acuto, arazzi sfilacciati divorati dalla muffa e dal tempo, e pavimenti in lastre di pietra grezza su cui i loro scarponi da montagna risuonavano con tonfi cadenzati e rimbombanti.
"L'aria qui dentro è densa... sembra quasi di berla" sussurrò Roxana, avanzando con passo fluido ed elegante verso una maestosa scalinata di marmo scuro che si inerpicava verso i livelli superiori. L'abito aderente di maglia nera che indossava sotto il giaccone le fasciava i fianchi morbidi e i glutei sodi con grazia, evidenziando ogni minimo movimento del bacino ad ogni passo.

Gabi la seguì a distanza ravvicinata, affascinato dal movimento delle sue anche.
Quando lei posò il piede sul primo gradino consumato al centro dal passaggio di generazioni dimenticate, lui la bloccò afferrandole il polso sottile con una presa calda, rigida e incontrollata. "Aspetta, Roxana. Non sappiamo cosa si nasconde lassù. Non separiamoci per nessun motivo."

Roxana si girò lentamente su se stessa, sfruttando la presa sul polso per accorciare la distanza tra i loro volti fino a far sfiorare i loro nasi. La penombra dell'atrio dilatava le sue pupille fino a rendere i suoi occhi due pozzi neri e insondabili.
"E se fosse proprio questo che cerco, Gabi? Il rischio di essere sorpresa, afferrata nel buio da qualcosa... o da qualcuno che non accetta no come risposta?"

Dario ed Ilaria li raggiunsero alla base della gradinata, rimanendo ad osservarli in un silenzio carico di carica erotica.
La solennità inquietante e opprimente di quella fortezza millenaria agiva su di loro come una morsa: più la sensazione di essere profanatori e intrusi s'intersecava con la minaccia, più la fame carnale aumentava, trasformandosi in una reazione difensiva, violenta ed esasperata contro la presenza invisibile che sembrava gravare sulle loro teste.

Gabi non rispose a parole.
La spinta istintiva ebbe il sopravvento: afferrò Roxana per la nuca, affondando le dita forti tra i suoi folti capelli scuri e tirandole il capo all'indietro per incontrare le sue labbra in un bacio improvviso, vorace, carnale e privo di dolcezza.
Roxana schiuse la bocca con un piccolo gemito gutturale di resa, accogliendo la lingua calda di lui e avvolgendola con la propria in una danza bagnata che spezzò d'un tratto la rigidità del gelo circostante.

Dario, nell'ombra creata dalla campata della scala, fece scivolare la mano con brutale lentezza all'interno del maglione di Ilaria.
Le sue dita calde e ruvide trovarono la pelle nuda e tesa della pancia, risalendo lungo le costole fino a raggiungere la coppa di pizzo del reggiseno.
Ilaria sussultò, serrando d'istinto le cosce e lasciando scivolare le braccia attorno al collo forte di Dario per non perdere l'equilibrio.
"Ci stanno guardando... la pietra, le ombre... c'è qualcosa di vivo in questo atrio," mormorò con il respiro spezzato.

"Che ci guardino pure" rispose Dario con una voce rauca che vibrava contro la gola scoperta di lei, spingendo il palmo della mano a spremere con fermezza il seno turgido di Ilaria attraverso la seta. "Che imparino come brucia la carne di chi è ancora vivo."

Mentre i respiri dei quattro si facevano affannosi e i primi gemiti echeggiavano tra le navate, un crepitio improvviso lacerò l'aria.
Un imponente arazzo medievale raffigurante la crocefissione di un eretico si staccò dalla parete nord con un fruscio sinistro, svelando una nicchia segreta.
All'interno della cavità risplendeva, sotto una spessa pellicola di polvere, un bassorilievo in bronzo scuro: quattro figure umane avvinghiate in un abbraccio orgiastico ai piedi di una figura in trono con la corona di spine e gli artigli affilati. Ma la cosa più sconvolgente, che fece gelare il sangue a Gabi, fu la perfetta corrispondenza anatomica: le quattro figure intagliate nel bronzo quattro secoli prima possedevano i volti, i tratti e i segni particolari esatti di Gabi, Roxana, Dario e Ilaria.

Un silenzio irreale calò nella sala.
Ilaria portò le mani alla bocca, gli occhi sgranati dal terrore e dall'incredulità.
"Non è possibile... è... è un incubo o un trucco!" balbettò Dario, facendosi avanti con la torcia tremante per esaminare da vicino il bronzo.
La superficie del metallo raffigurava Ilaria con una voglia a forma di mezzaluna sulla spalla destra — la stessa identica voglia che la ragazza possedeva fin dalla nascita.

Gabi deglutì a vuoto, la mano ancora stretta attorno al fianco di Roxana.
"Non siamo qui per nostra scelta. Questo posto ci conosceva già. La nostra venuta è stata scritta prima che nascessimo."

L'orrore dell'ignoto, invece di paralizzarli, agì come una droga letale.
La certezza di essere destinati a quel luogo e a quel rituale trasformò il terrore in una forma di demenza erotica assoluta.
Non potevano fuggire: dovevano portare a termine ciò che il bronzo aveva scolpito nei secoli.

Spinti dall'ebbrezza sacrilega della scoperta, il gruppo lasciò l'atrio e si inoltrò attraverso la porta svelata dall'arazzo, accedendo a una maestosa biblioteca distribuita su due livelli collegati da camminamenti in ferro battuto ricamati come merletti metallici.
L'ambiente era saturo di un aroma complesso e penetrante: carta secolare in lenta decomposizione, cuoio essiccato, cera d'api consumata e una sottile, inebriante traccia di incenso oppiaceo che sembrava ristagnare nell'aria da ere dimenticate.

Al centro del livello inferiore svettava un imponente tavolo da lettura in noce massello scuro, sorretto da gambe intagliate con figure grottesche di demoni, gorgoni e draghi alati dalle fauci spalancate. La luce della luna piena, chiarissima e argentea, filtrava attraverso un'alta bifora con i vetri piombati, proiettando sul pavimento di lastre motivi geometrici d'argento lucente.

Gabi afferrò Roxana per la vita con forza possessiva, sollevandola di peso e facendola sedere sul bordo di quel grande tavolo secolare.
I volumi rilegati in pelle di capra scura, allineati sugli scaffali alti fino al soffitto, sembravano fare da testimoni muti e severi al loro rituale carnale.

"Non ti sei ancora saziata, vero? Il bronzo ha mostrato cosa dobbiamo fare," le disse Gabi a voce bassa e gutturale, incastrandosi tra le sue cosce ben divaricate e strappando i bottoni della camicia di lei con un gesto secco.

"Questo posto ci vuole nudi, Gabi... vuole il nostro sudore e la nostra carne" rispose Roxana, afferrando i lembi del maglione dell'uomo e tirandoli verso l'esterno fino a scoprirgli il torace muscoloso.
Fece scivolare i palmi delle mani sulla sua pelle calda, apprezzando la rigidità dei suoi muscoli contratti dalla brama.

Gabi chinò la testa con impeto, catturando la nuca di Roxana con una presa ferrea e spingendo la bocca affamata contro la curvatura sensibile del suo collo.
Iniziò a morderle e succhiarle la carne morbida della spalla, lasciando segni rossi ed ecchimosi viola che risaltavano con violenza sulla pelle chiara della donna.
Roxana inarcò la schiena con un sospiro acuto, facendo strusciare i seni nudi e sodi contro il suo petto, mentre i suoi gemiti si diffondevano lungo le gallerie di ferro della biblioteca.

Poco distanti, Dario ed Ilaria si erano appoggiati a un alto leggio in ferro battuto.
Ilaria si era liberata del tutto della maglia di seta nera, offrendo alla luce argentea della luna il suo busto completamente scoperto. I suoi seni sodi e modellati, con le areole scure e i capezzoli rigidissimi per la combinazione di gelo, terrore e brama, svettavano nudi nella penombra.

Dario vi affondò il viso con avidità, accogliendo un capezzolo tra le labbra calde e lavorandolo con la spinta ritmica e vigorosa della lingua, mentre le sue mani grandi scendevano a stringere con forza bruta le natiche nude di Ilaria, sollevandola da terra per farle avvertire contro il pube la durezza spietata della sua erezione attraverso i pantaloni.

Nel contorcersi sul leggio, la mano di Ilaria fece cadere a terra un pesante tomo rilegato in pelle umana essiccata.
Il libro si spalancò su una pagina illustrata a mano con inchiostro rosso cupo.
Dario posò lo sguardo sul testo miniato in latino arcaico: la pagina descriveva dettagliatamente il "Rituale del sangue versato sul sacrificio della carne".
Secondo le righe scritte con sangue umano, l'entità che governava il castello non era un vampiro tradizionale, ma un parassita astrale incorporeo che poteva rinascere e prendere forma fisica soltanto se quattro discendenti delle casate originarie (i cui volti erano scolpiti nel bronzo) si fossero accoppiati sopra il sarcofago di granito nella cripta, unendo i loro umori genitali al sangue fresco versato prima dell'alba.

Ilaria lesse le righe tradotte a voce alta da Dario con un filo di voce tremante.
"Siamo noi... siamo i discendenti dei ritualisti del XV secolo! La mappa, il fuoristrada, la voglia sulla mia spalla... non è stato un caso. Siamo stati guidati fin qui da una spinta mentale irresistibile!"
Roxana, dal tavolo da lettura, scoppiò in una risata profonda, gutturale, quasi aliena.
"E allora diamogli ciò che chiede! Se il nostro piacere è la chiave per risvegliare il padrone di questo luogo, io voglio essere la sua sacerdotessa!"

La rivelazione del grimorio scatenò un'orgia di movimento e lussuria.
Non c'era più spazio per il dubbio.
Gabi guidò con forza la sua virilità rigida e venosa all'interno della vulva bagnata di Roxana, strappandole un grido di estasi che scosse i vetri della bifora.
Nel medesimo istante, Dario posizionò Ilaria sul leggio, piegandola in avanti e penetrandola da dietro con un affondo secco e profondo che fece vacillare la struttura in ferro.

I quattro corpi si unirono in una danza simmetrica e sfrenata, scandita dai colpi ritmici della carne contro la pietra e il legno, mentre la luna piena testimoniava dall'alto la profanazione dei loro corpi e della loro sanità mentale.

Abbandonata la biblioteca con i petti ancora bagnati di sudore e gli umori che colavano lungo le cosce, il gruppo scese lungo la stretta scala a chiocciola interamente scavata nella roccia viva della montagna.
L'aria che risaliva da quel condotto profondo era completamente mutata: satura di un'umidità opprimente, con un forte, metallico aroma di ferro battuto, terra bagnata e un profumo dolciastro e narcotico di rose morte ed incenso ecclesiastico.

La scala a chiocciola terminò in un imponente ambiente circolare: la cripta sotterranea sostenuta da imponenti colonne in stile romanico grezzo.
Al centro della sala svettava il sarcofago di granito nero, identico a quello descritto nel grimorio e illustrato nel bronzo dell'atrio.
Il coperchio pesante era sigillato con antichi sigilli di ceralacca rossa consumati dal tempo.

Ilaria, tremante di febbre erotica e terrore divino, avanzò verso il sepolcro. "Il grimorio diceva che il sangue deve unirsi al seme..." mormorò, guardando le sue dita bagnate.

Dario la raggiunse.
Senza pronunciare una parola, estrasse dalla tasca un piccolo coltello a serramanico con manico in osso.
Con gesto fermo e spietato, si incise il palmo della mano sinistra, lasciando sgorgare un rigolo di sangue denso e scuro.
Poi prese la mano di Ilaria e incise leggermente anche il suo palmo, unendo le loro ferite in una stretta sanguinosa.

"Questo è il patto" ruggì Dario con gli occhi iniettati di sangue.
"Niente tornerà come prima."

Gabi sollevò Roxana di peso, adagiandola supina direttamente sopra la superficie fredda del sarcofago di granito.
Roxana, guidata dal delirio rituale, divaricò del tutto le gambe, offrendo il suo sesso rigonfio e rosato alla vista di tutti.
Ilaria si inginocchiò sul granito tra le cosce dell'amica e, guidata da un'avidità mai provata prima, affondò la lingua nel centro bagnato di Roxana, mescolando il proprio sangue con i succhi genitali della donna.

Roxana urlò di estasi, affondando le unghie nelle spalle di Gabi mentre quest'ultimo si posizionava sopra di lei e la penetrava con spinta brutale e continua.
Nel medesimo istante, Dario si posizionò dietro Ilaria, afferrandole le natiche con mani insanguinate e inserendosi completamente nella sua intimità calda e contratta.

Mentre i quattro corpi raggiungevano l'apice del rituale carnale, impattando con violenza sorda contro la pietra, le vibrazioni degli affondi e il sangue versato sui sigilli di ceralacca causarono lo sganciamento del coperchio di granito.
Con un lamento metallico, la lastra da due tonnellate scivolò di lato di parecchi centimetri.
La luce delle torce illuminò l'interno del sarcofago: non vi era cenere né scheletri decomposti, bensì il corpo perfettamente conservato e incorrotto di una donna bellissima dalle vesti principesche del XV secolo, con il viso identico in tutto e per tutto a quello di Roxana, e sul cui petto giaceva un cuore ancora fresco, pulsante e rosso di sangue vivo.

Roxana guardò all'interno della spaccatura e vide se stessa morta cinque secoli prima.
Un grido spaventoso e sovrumano le uscì dalla gola, ma non fu un grido di dolore: fu il grido del risveglio di una memoria genetica sopita.
"Io... io ero qui! Io ero la sua sposa! Io l'ho tradito ed io sono tornata per restituirgli la vita!"

La scoperta che Roxana fosse la reincarnazione diretta della sposa sacrificale di Vlad Tepes portò la tensione erotica alla follia pura.
Gabi, travolto dalla consapevolezza di possedere una regina immortale, aumentò la rabbia dei suoi colpi dentro Roxana, mentre Dario, guidato dal sangue versato, stantuffava dentro Ilaria con ritmo disumano.

Dal cuore aperto del sarcofago e dal corpo incorrotto della principessa antica cominciò ad erompere una sostanza fluida, un fumo denso e scuro che profumava di ferro, sangue caldo e rose fresche.
Il fumo si sollevò verso il soffitto a volta, condensandosi nella silhouette gigantesca e imponente del Conte.
Non un semplice spettro, ma un'entità di tenebra liquida con due orbite ardenti di un rosso rubino accecante.

L'entità si allungò sui quattro corpi avvinghiati sul sarcofago.
Le appendici d'ombra toccarono le carni nude di Gabi, Roxana, Dario ed Ilaria.
Laddove l'ombra sfiorava la pelle, non portava la morte, ma un'iniezione di forza vitale e sensoriale sovrumana.
Le loro vene sul collo, sul petto e sulle cosce si tensesero, diventando nere e visibili sotto la pelle chiara per il passaggio dell'energia della tenebra.

Ilaria sentì una spinta di piacere così devastante da perdere la vista per diversi secondi.
Il suo canale vaginale si strinse attorno al membro di Dario con una forza muscolare spaventosa, quasi sovrumana. Dario ruggì come un animale ferito, incapace di staccarsi o di fermare la scarica di potenza che gli invadeva i lombi.

"Ci sta trasformando! Sta fondendo il nostro sangue con il suo!" urlò Gabi, mentre i suoi occhi viravano verso una sfumatura dorata ed innaturale. Le sue spinte dentro Roxana diventarono così rapide e profonde da far tremare le fondamenta stesse della cripta.

Roxana incrociò lo sguardo dell'entità d'ombra sopra di lei.
Accogliendo l'essenza del Conte, afferrò la testa di Gabi e gli piantò i canini nella carne del collo, succhiando una sorsata di sangue caldo dell'uomo mentre quest'ultimo eiaculava profondamente dentro di lei con getti torrenziali ed ininterrotti.

Il sangue di Gabi si mescolò al seme e ai succhi vaginali di Roxana, colando all'interno del sarcofago aperto e bagnando direttamente il cuore pulsante della principessa morta. Con un tonfo sordo ed udibile da tutti, il cuore incorrotto assorbì il composto carnale e smise di battere, trasformandosi istantaneamente in cenere finissima e scintillante.

Simultaneamente, Dario riversò il proprio seme insanguinato dentro Ilaria, che crollò sul sepolcro travolta da un orgasmo multiplo e continuo che le scosse ogni fibra del corpo per oltre cinque minuti d'orologio.
L'entità d'ombra si espanse in un ruggito silenzioso che spazzò via il gelo della stanza, per poi venire interamente assorbita dai petti dei quattro ragazzi attraverso i loro respiri affannosi.

Il primo raggio del sole mattutino filtrò attraverso le feritoie alte della fortezza, fendendo l'oscurità della cripta come una lancia d'oro puro.
La luce posò sui quattro corpi distesi ed esausti sopra il sarcofago di granito nero.

Il corpo incorrotto della principessa era svanito; al suo posto giaceva soltanto un pugno di cenere candida e secca da cui sorgeva una singola rosa nera perfettamente sbocciata.
I tagli sui palmi di Dario ed Ilaria si erano completamente cicatrizzati, lasciando soltanto due sottili linee bianche indistruttibili.
I segni del collo di Gabi erano scomparsi, ma i suoi occhi conservavano una sfumatura dorata e magnetica che non sarebbe mai più svanita.

Si rivestirono in un silenzio assoluto, solenne e carico di una nuova, spaventosa consapevolezza. Non erano più semplici esseri umani vulnerabili. Il rituale era stato completato: il sangue del Conte ora scorreva nelle loro vene, unito per sempre dalla lussuria e dal sacrificio carnale.

Tornati al fuoristrada nel bosco, Gabi accese il quadro elettrico.
Lo specchietto retrovisore interno mostrava chiaramente i sedili posteriori. Ma quando Ilaria e Dario si sedettero dietro e Roxana occupò il lato passeggero, lo specchio restituì soltanto il vuoto dei sedili.
I loro corpi non riflettevano più alcuna immagine sulle superfici specchiate.
Si guardarono l'un l'altro e sorrisero con labbra turgide e canini impercettibilmente più affilati: la Transilvania non li aveva uccisi, li aveva resi padroni della notte.

Con un rombo potente, il fuoristrada si avviò lungo i tornanti del valico di Tihuta, lasciandosi alle spalle il castello. Ma mentre il sole sorgeva sui Carpazi, i quattro sapevano che la loro vera vita era appena cominciata nell'ombra della pietra immortale.

Vacca 24
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